ESCL. – INTERVISTA A GIUSEPPE SAPIENZA: “CATANIA NON MERITA QUESTO, TORNEREMO GRANDI GRAZIE ALLE NOSTRE RISORSE”

Nonostante da ormai più di una settimana sia arrivata la prima “riapertura” dopo quasi due mesi di quarantena forzata per tutti, il mondo della comunicazione e del giornalismo in generale – del quale anche noi facciamo ovviamente parte – utilizza ancora (e forse, a questo punto, lo farò anche nel futuro prossimo) gli strumenti “moderni” delle dirette tramite social per fare informazione e portare dei contenuti interessanti per gli utenti.

A tal proposito, infatti, oggi la nostra redazione ha avuto il piacere di avere come ospite in diretta su Instagram, proprio uno dei massimi esponenti del mondo del giornalismo sportivo siciliano: stiamo parlando di Giuseppe Sapienza, catanese doc ma soprattutto “l’uomo comunicazione” più longevo del calcio italiano, con 24 stagioni consecutive di carriera sempre in Serie A. Ancora nel pieno della sua carriera, “Pippo” Sapienza ha già lavorato per tanti anni ad alti livelli nel settore dell’Uffcio Stampa di importantissime società italiane e non solo: per sette anni all’Inter (dal 1996/97 al 2002/03), per più di dieci al Milan (esattamente per 14 stagioni dal 2003/04 al 2016/17), e per quasi tre al Genoa (dal 2017/18 fino all’inizio di questa stagione). Un curriculum clamoroso al quale, in ultimo, si è aggiunto un altro club di spessore mondiale, ossia il Barcellona. Da qualche mese infatti, l’ex responsabile della comunicazione rossonera è il nuovo collaboratore di Quique Setien, allenatore dei blaugrana, i cui interessi sono curati dalla società italiana “Excellence Sport” del quale Sapienza è uno stretto collaboratore.

Oggi quindi, noi di Catania Channel abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con lui, partendo proprio dalla sua grande carriera (che ovviamente affonda le sue radici anche qui in Sicilia), per poi passare ai temi di più stretta attualità legati naturalmente alla situazione del Calcio Catania e dello sport siciliano in generale.

Giuseppe, nel corso della tua lunga e importante carriera hai fatto parte di grandi società, ed in particolare di una, ossia il Milan, in quello che è stato probabilmente uno dei periodi più trionfali nella storia del club. Che esperienza ti sei portato dietro oggi dopo tante stagioni da dirigente trascorse in una società così vincente?

“In sintesi vi dico: ho avuto la fortuna di ‘beccare’ il momento d’oro del calcio italiano in una grande squadra che all’epoca era anche la più grande del mondo, ossia appunto il Milan di Berlusconi e Gallini ha in quel ventennio ha vinto davvero tutto. Dei successi che, come in tutti i club che trionfano, non sono arrivati per caso, ma sono stati il risultato del grande lavoro e della massima organizzazione che ha sempre contraddistinto questa società. Ovviamente sul campo poi si è vinto grazie ai campioni che sono passati in quegli anni, ma tutto il club è sempre stato coeso nel raggiugimento di tutti gli obiettivi che si ponevano. C’era un grande gruppo: per farvi capire, ancora oggi con molti dirigenti ma anche con i giocatori e i vari staff, siamo in contatto e c’è un rapporto di stima reciproca. Venne fatto un lavoro davvero profondo che è entrato in tutti noi non solo dal punto di vista professionale, ma soprattutto sotto l’aspetto umano.”

Rimanendo sempre su questa grande esperienza a Milano, oggi che che ti trovi a vivere un’avventura sicuramente diversa ma altrettanto importante e gratificante a Barcellona, quali differenze ti senti di mettere in luce o, eventualmente, quali similitudini hai riscontrato fra queste due gigantesche realtà?

“Diciamo che la differenza sostanziale è che quel grande Milan lì, rispetto al Barcellona di adesso, si formava più su un’impronta di gruppo e di squadra, come ti spiegavo poco fa. Il club spagnolo invece è ‘messicentrico’: c’è un fuoriclasse straordinario, che è anche il giocatore più famoso del mondo, attorno al quale si costruisce una squadra ricca sì di campioni, ma che si ‘vive’ davvero solo quando si accende il numero 10. Messi è uno spettacolo continuo, anche assistere a qualche suo allenamento, quando si lascia andare a giocate che magari in partita non può permettersi sempre, è una vera e propria goduria per gli occhi. Per quanto riguarda la mia esperienza invece, ossia nel campo della comunicazione di queste due società, i numeri a livello di interesse mediatico, sono molto simili. Quando un club è top mondo, si porta dietro un seguito degno del suo livello. E ad oggi sono poche le squadre che raggiungono questo livello: in Italia mi viene da pensare che in questo momento è rimasta solo la Juventus, le altre non hanno questo appeal di viralità globale che c’è Barcellona, al Real, al PSG o nei club inglesi, perchè queste squadre sono protagoniste sul campo in Europa e nel mondo da ormai diverso tempo.

Passiamo adesso al momento difficile che in questi mesi abbiamo purtroppo dovuto vivere noi tutti. Ricordandoci sempre che la salute va messa al primo posto, adesso sembra che per fortuna ne stiamo venendo fuori e si inizia a programmare la ripresa, anche dello sport. Tu che idea ti sei fatto a riguardo?

“Purtroppo come avete detto voi è stato un momento di interruzione e quindi di grande dolore per tutti noi sotto ogni aspetto, anche quello lavorativo. Sulla ripartenza con le modalità del quale si parla in questi giorni mantengo ancora qualche dubbio perchè credo che ad oggi ci sia troppa intertezza. Forse una soluzione – o almeno, ciò che attualmente considero più plausibile – potrebbe essere quella dell’allineamento della stagione con l’anno solare, ossia concludendo questi campionati entro la fine del 2020 ripartendo poi a gennaio 2021 fino al termine dell’anno che anticiperà i mondiali in Qatar nel 2022. Considerando che quelli dovranno, per forza di cose, essere disputati nel periodo invernale, si eviterebbe anche il fatto di dover interrompere una stagione regolare a metà del cammino. Chiaramente, per una decsione così deve intervenire la UEFA e dare una linea per tutti, se no è impossibile pensare che gli stati da soli si allineino per una decisione comune. Ma ripeto, secondo me se vogliamo salvaguardare i club e tutte le nazionali in ottica del mondiale, questa mi sembra l’unica soluzione possibile.”

Sui temi strettamente “nostrani” invece, da rossazzurro nel sangue quale tu sei, è impossibile non chiederti cosa ne pensi del momento delicato che – a prescindere dalla crisi mondiale – vive il Calcio Catania da ormai diverso tempo.

“Anche in questo caso, per nostra sfortuna, al momento la situazione è pesante e molto preoccupante, perchè la terra in cui siamo nati e cresciuti è rappresentata da un grande popolo che ha un bacino di utenza incredibile ed una ‘fame’ – sportivamente parlando – se possibile ancor maggiore. Nnonostante ciò, come sappiamo da tempo le cose si sono molto male e da tifosi ci fanno soffrire. Secondo me ci troviamo alla vigilia di un momento storico di cambio di proprietà e quindi per noi totalmente inesplorato. Io credo che sia innegabile che nonostante tutto, Pulvirenti ci abbia regalato i migliori anni della nostra vita da tifosi di questa maglia. Questo non bisogna dimenticarlo nonostante il periodo di vergogna che oggi viviamo. Voglio ricordarmi sempre di Pulvirenti e Lo Monaco come di quei due professionisti che ci hanno riportato in Serie A e ci hanno permesso di vivere un sogno per tanti anni. Inoltre, è stata questa proprietà a costruire Torre del Grifo che oggi rimane il nostro più grande patrimonio e il motivo di vanto che possiamo ancora far valere rispetto a tante altre realtà che oggi stanno più in alto di noi. È evidente che nonostante queste cose positive, poi sono stati fatti tanti errori e questo, come dicevo, ci ha fatto soffire parecchio. Oggi mi sforzo di vedere comunque ancora il lato positivo, ossia pensando a tutte quelle cose che, seppur siano poche, oggi sono ancora qui. Mi riferisco alla passione, quella che la gente ha dal 1946 per questa maglia e per questi colori. Qui a Catania quella rimarrà sempre e la rinascita deve partire proprio da questo amore.”

Per un attimo vogliamo rimanere legati proprio a questo discorso della passione e dell’amore per questa la maglia: abbiamo detto poc’anzi e ci hai accennato della tua nuova vita in un club come il Barca, possiamo dire però che, proprio dal punto di vista dell’attaccamento del tifoso, troviamo un tratto distintivo fra queste due mondi?

“Sicuramente sono due città che, sotto questo punto di vista, producono lo stesso tipo di clima. La verità poi è che Barcellona è una città internazionale e naturalmente lo è anche il grande club che lo rappresenta. Parliamo di un brand famoso e riconoscibile in tutto il mondo anche aldilà dei confini tradizionali che il semplice concetto di ‘tifoso’ può racchiudere. Secondo me per ripartire il Catania deve paragonarsi a realtà più simili a se stessa: magari anche più piccole, ma che abbiano saputo lavorare in modo migliore sotto tanti punti di vista. Penso, ad esempio, ad una valorizzazione del settore giovanile, che è la focina principale di talenti che una società come il Catania deve necessariamente sfruttare se vuole tornare ad essere grande; penso all’ambito dello scouting, quindi ad avere ottimi osservatori che possano portare tanti giocatori interessati come faceva Lo Monaco ai tempi della Serie A. Insomma, per crescere dobbiamo puntare sulle risorse che possiamo sfruttare nel migliore dei modi, anche perchè oggi un club come il Catania che prova ad andare avanti in modo diverso, non è sostenibile economicamente. Bisogna per forza produrre calciatori che possano formare una solida squadra (e mi riferisco anche ai tanti talenti siciliani che ci sono) o che possano essere venduti a grandi cifre per aiutare i bilanci a rimanere sempre a posto.”

Riflessioni sulla “ripartenza” che da siciliani purtroppo oggi dobbiamo estendere anche alle altre realtà calcistiche che rappresentano la nostra regione. È corretto dire che da qualche anno il calcio siciliano ha fatto diversi passi indietro sia da un punto di vista amministrativo, in merito appunto alle società in difficoltà, che, riferendoci al calcio giocato, da un punto di vista tecnico?

“In questo caso secondo me bisogna sempre fare una correlazione fra città e squadra di calcio: partiamo dalle quattro grandi città che rappresentano il sud Italia, ossia Napoli, Palermo, Catania e Bari. Ci rendiamo subito conto di come, escluso il Napoli, le altre tre realtà si trovino in difficoltà da anni. E qui io non credo si debba parlare di incapacità gestionale da parte delle proprietà, ma di cattiva gestione: ritorniamo al discorso precedente sulla cattiva gestione che ha subito il Catania in questi anni. Torno a dire anche in questo caso, se le città medio-grandi del sud non investono sulle risorse che possono rendere al meglio (settori giovanili, osservatori ecc.) rimaniamo sempre al punto di partenza. Ma non lo dico io, numeri alla mano è la nostra stessa storia che ci traccia questa strada: abbiamo detto del progetto Catania in Serie A con le operazioni che portava avanti Lo Monaco, ma la stessa cosa ha fatto per anni il Palermo di Zamparini, che ha costruito le sue fortune sui grandi campioni che sono passati da lì in quelle stagioni. Come dicevo prima, noi a Catania ancora oggi abbiamo il vantaggio di avere dalla nostra una grande struttura come Torre del Grifo che, se lavori bene, ti mette sempre un passo avanti a tutti gli altri. Attivando questo circuito, col tempo i risultati arriveranno.”

Intervista di Francesco Ricca

in collaborazione con Marcello Mazzari

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