BISOGNA CORRERE E METTERCI IL CUORE

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In queste ultime due settimane, a seguito dell’amara trasferta di Trapani, la sensazione che è sembrata percepirsi è stata più o meno quella che si provava davanti i vecchi videogiochi da sala quando, alla fine della partita, appariva quella odiosa scritta sullo schermo: “insert coin to continue“. Giusto il tempo di rimuginare sulla partita giocata, mangiarsi le mani per qualche rimpianto, dare l’inesorabile caccia al responsabile, prendere una boccata di coraggio e convinzione ed andare a cambiare la moneta con un nuovo gettone. Dunque via alla prossima stagione.

Fatto il punto della situazione, prima in società poi incontrando la stampa, l’amministratore delegato Pietro Lo Monaco ha affrontato varie tematiche riguardo la stagione ormai conclusa e riguardo le prospettive con cui verrà affrontata la prossima, ribadendo alcuni concetti su cui vale la pena soffermarsi. In primis, parlando dell’obbiettivo promozione mancato, ha forse nemmeno tanto retoricamente rivolto il quesito su quanti l’estate scorsa non avessero puntato sulla promozione degli etnei in maniera per di più schiacciante, dato l’organico forte, formato da veri pezzi da 90 per la categoria, soggiungendo a ciò che in ogni caso non esiterà mai una ricetta che sia garanzia matematica di successo, e dunque, tradotto, promozione.

Ecco qui la prima chiave di volta cruda, ma altrettanto reale: per quanto il Catania possa aver disatteso le aspettative fallendo l’obiettivo promozione, sia diretta che attraverso la lotteria dei play-off, ha in ogni caso disputato un discreto campionato, finendo fra le prime e cedendo, senza mai perdere, in semifinale play-off. Qualcosa di buono è comunque venuto fuori, che non significa affatto grandioso, ma nemmeno completamente disastroso, specie alla luce di un’eliminazione in semifinale play-off finendo in otto e senza mai perdere una partita. Il succo è che in campionati come la Serie C queste sono stagioni fisiologiche, la normalità, più o meno. Nè i rossazzurri sono i primi, nè tantomeno saranno gli ultimi a dover fare i conti con le sabbie mobili di questa categoria dai tratti colmi di dannazione.

Se vista sotto questa luce, colma di presa di coscienza (essenziale) su cosa sia davvero la terza serie calcistica italiana, le ultime due stagioni fanno segnare un dato importante sulla consistenza ritrovata dal Catania, mentre i mugugni sopraggiungono per altri motivi: già dalla scorsa estate, subito dopo aver ricevuto la secchiata d’acqua gelata con la dannata vicenda ripescaggi, si iniziò a fare proclami e alzare sempre più l’asticella aumentando la pressione e sparandosi riflettori addosso in maniera forse prematura. Ciò non significa che sia stato “toutcourt” un errore, perché se una società dichiara più volte determinati messaggi mediatici ci saranno pure delle ragioni alla base e, soprattutto, va tenuto ben impresso che proprio i messaggi di una società hanno molti destinatari, non solo i tifosi, e il modo di comunicare, che spesso deve adattarsi ai vari interlocutori, proprio nel caso dei tifosi, non è stato di certo collimante. Al termine di una stagione dove in fin dei conti quel ridondante messaggio viene disatteso, è normale che crei determinate situazioni, unendo alla già amara delusione sportiva quasi un senso di presa in giro.

Distinti questi due punti di vista, e focalizzate per bene le vedute, assumono un certo assetto altri concetti espressi da Lo Monaco circa il “ripartire” e il Catania come “società forte“. Entrambi sinonimi di come la programmazione “ex ante” circa organico ed indirizzi societari siano e ricalcheranno quello delle ultime due stagioni, con un Catania che verrà costruito con l’obbiettivo di vincere il campionato e che ha le possibilità, tutt’altro che scontate di questi tempi, di partire da una già solida base in ogni caso, tenuto conto delle due semifinali consecutive, e che punterà a raggiungere quel salto di qualità per ultimare il progetto. Tuttavia, questo innegabile lavoro di cui va preso atto e reso merito, non potrà essere ultimato se non ragionando alla luce dell’esperienza accumulata dalle delusioni play-off, prendendo finalmente coscienza tutti quanti di cosa sia la Serie C e quanto sappiano essere dolorose le sue sberle in faccia: non si scappa da quest’inferno col solo stemma “Catania“, perchè questa categoria ragiona un po’ come il gioco delle carte secondo Andreotti, dove a detta sua il meno abile risultava avvantaggiato in quanto fosse il più abile, perché tentava di interpretare le mosse bizzarre dell’avversario e finiva per disorientarsi; non si scappa da qui nemmeno coi proclami, nonostante un grande lavoro di programmazione; non si scappa di qui in nessun modo umanamente conosciuto e nemmeno il non perdere basta.

Si è finalmente capito che non esista una ricetta sicura, per cui non resta solo che fare tesoro di queste ultime due stagioni, oltre che quello per cui storicamente è nota Catania: correre e metterci il cuore.

Gabriele Di Mauro

 

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