Il ghigno del destino

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Se volete salvarvi mandate via Cosentino“. Aveva sentenziato così, Cristian Llama, nel dicembre 2013, quando ancora la “tragedia Catania” era solamente agli inizi. L’argentino vestì i panni del profeta, forse, ma non fu compreso in quel momento, sicuramente perchè non si era ancora vissuto quel disastro sportivo che la gestione Pulvirenti-Cosentino avrebbe messo in atto senza alcun freno.

Eppure il Presidente era stato il migliore della storia, almeno per i risultati ottenuti in Serie A. “Pulvirenti è un fenomeno, guadagna soldi col Catania senza far nulla”. Queste furono le parole dichiarate nell’aprile 2012 da Pietro Lo Monaco che, assieme il Presidente, era stato il principale fautore della “favola Catania“, ma che proprio in quel momento decise di chiuderla lì, chissà per quale oscuro motivo.

E nonostante il Presidente fosse rimasto senza il suo fidato “braccio destro“, continuò a fare il “fenomeno” assegnando il nuovo ruolo di Amministratore Delegato della società Calcio Catania s.p.a. ad un uomo di grande esperienza, così come è altrettanto grande la sua conoscenza di calcio: Sergio Gasparin. Proprio con lui, infatti, il Catania centra un traguardo storico: l’ottavo posto in Serie A con 56 punti.

Ecco fatto dunque: il Catania è pronto per il salto di qualità, è pronto ad entrare in Europa. Ma per fare ciò, serve qualcuno che possa figurare a livello internazionale, qualcuno che conosca le squadre di tutto il mondo, qualcuno che sappia contrattare coi “colossi” del calcio europeo. Non si sa cosa succede, Pulvirenti e Gasparin non si trovano più d’accordo sulle scelte societarie e decidono di chiudere lì i rapporti. Ma il Presidente continua ad essere sereno, crede che la figura dell’amministratore “tuttologo” non faccia più al caso del Catania, così assegna diversi ruoli a più uomini, di cui uno su tutti è proprio lui: Pablo Cosentino.

Solo un pazzo potrebbe far fallire questa società”. Aveva detto così Pietro Lo Monaco quando decise di lasciare il suo incarico per far spazio ai posteri. Peccato che, però, quel “pazzo” sia stato incarnato proprio dall’argentino che, da noto procuratore con raggio d’azione su tutto il Sudamerica, diventa in meno di un anno il nuovo Amministratore Delegato. La cosa più inspiegabile, però, è che lo divenga proprio nel momento in cui il Catania, nella stagione 2013-2014, retrocede malamente dalla Serie A alla Serie B e, fra i principali responsabili della disfatta, figuri proprio il suo nome.

Nonostante ciò, i tifosi rinnovano la fiducia alla dirigenza, sicuramente più per amore verso i colori della propria squadra del cuore, ma rispondono meravigliosamente, solo come loro sanno fare: più di 10mila abbonamenti in Serie B. Di contro, la società dichiara l’obiettivo di una pronta risalita nella massima serie, la stessa che qualche mese prima il Catania aveva perso malamente proprio per colpa della presunzione e dell’incompetenza di coloro che stavano a dirigerlo.

Ma le cose, invece, continuano ad andare per il verso sbagliato: il Catania si trova appaiato in coda alla classifica, fra allenatori “aziendalisti“, calciatori svogliati, preparatori atletici “mangiauomini“, rivoluzioni di mercato e tecnici incapaci. L’unico che si salva, invece, è Giuseppe Sannino, che ancora ci si chiede perchè sia stato mandato via. “Io non vendo fumo“, così disse ai microfoni quando inviò richieste d’aiuto alla società, ma questa gli rispose sbattendogli la liquidazione in faccia.

Una squadra che parte male, prosegue peggio, rimedia qualcosa, torna a sfracellarsi, si riprende alla grande illudendo persino i suoi tifosi, per poi concludere il proprio campionato alla ricerca di un “maledetto” punto pur di evitare la seconda retrocessione consecutiva. Questo è il film della stagione del Catania, una disgustosa realtà che doveva puntare alla promozione, ma che non ha mai superato il 10° posto in classifica in tutto il campionato.

Non ci stiamo con la testa, loro non ci aiutano“. Sono state queste le parole di denuncia di Emanuele Calaiò, rivolte ai tifosi subito dopo la sconfitta di Chiavari, emblema del fallimento Catania. La società, infatti, ha recluso la squadra fra le mura di Torre del Grifo, ritagliando il suo rapporto con la tifoseria una volta ogni due settimane, contrariamente a cosa significhi il Catania per ogni tifoso rossazzurro, nella sua mente ogni minuto, di ogni ora, di ogni giornata della sua esistenza.

Dobbiamo salvarci prima dell’ultima giornata contro il Catania per evitare rischi“. Si era pronunciato così il Ds del Carpi Cristiano Giuntoli, nel giorno in cui erano stati stilati i calendari. L’ironia della sorte, però, ha voluto che, alla vigilia di questa partita, il Carpi avesse già raggiunto la storica promozione in Serie A e che il Catania dovesse ancora trovare i punti necessari per salvarsi, non di certo quelli per salire di serie.

Il presente-futuro del Catania passa adesso dal “Cabassi”, uno stadio di appena 4164 posti, lungi da quei grandi palcoscenici che ospitavano un tempo gli etnei. I rossazzurri dovranno giocare per il nome del Calcio Catania, prima ancora che per altro, sperando che il ghigno del destino la smetta di sorridere malevolmente.

Federico Fasone

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