70 ANNI DI STORIA: PROMOZIONE 2001-2002, IL RILANCIO DEL NUOVO MILLENNIO

taranto

La fine degli anni ’90 è tragica per il Calcio Catania. La società sfiora la radiazione ed è costretta a ripartire dal campionato d’Eccellenza; nel 1996 muore il Cavaliere Angelo Massimino. Alla guida della società passa Grazia Codiglione, moglie del defunto “Presidentissimo”. La rinascita del club giunge nel 2000: Luciano e Riccardo Gaucci, padre e figlio, diventano rispettivamente patron e presidente del club etneo.

Sin da subito la nuova gestione ha convinto e, dopo un anno di rodaggio, nella stagione 2001-2002, il Catania ha ottenuto un’importante promozione in Serie B. La squadra rossazzurra, quell’anno, si classificò al terzo posto del girone B di Serie C1 con 58 punti all’attivo, dietro l’Ascoli (promosso direttamente in B) e il Taranto di Gianni Simonelli. Proprio sul campo dei pugliesi, il Catania, allenato da Ciccio Graziani e Maurizio Pellegrino, conquistò la promozione: l’incontro che valeva il ritorno della finale dei play-off, si concluse 0-0, ma il Catania poté festeggiare la Serie B grazie al gol di Michele Fini nel match di andata disputato al “Massimino”.

Dagli spalti volava di tutto: carte, bottiglie, accendini, sputi che arrivavano a ridosso delle due “B” ricamate sul prato verde; le panchine faticavano a farsi sentire dai giocatori in campo. La partita si giocava sul rettangolo di gioco, con il Taranto pericoloso in più d’una occasione, ma è dalle tribune che arrivava la carica dei 25mila tarantini. Ma quel 9 giugno 2002, allo “Iacovone”, il Catania azzittì tutti, tranne i suoi 2000 sostenitori che aveva al seguito e che, al momento del triplice fischio di Mazzoleni, trasformarono il loro settore in una bolgia. Tutti uniti dietro un lungo striscione sul quale c’era scritto “Noli offendere patriam Agathae quia ultrix iniurarum est” (Non offendere la città di Agata che è vendicatrice delle ingiurie): è la frase che si può leggere – sotto forma dell’ acronimo “N.O.P.A.Q.U.I.E.” – sulla facciata esterna della Cattedrale di Catania. Non un misto tra sacro e profano, ma una risposta ad uno striscione blasfemo che aveva insultato la patrona della città etnea durante la partita d’andata del campionato. L’ingiuria era così punita, la “Santuzza” vendicata e Catania aveva avuto la sua rivalsa come città e come realtà sportiva.

La fatica, il sudore e i sacrifici di una società e dei calciatori in campo avevano riscattato una squadra che proveniva da un delicatissimo periodo storico. Ma quella società e quei giocatori, dopo 15 anni, hanno riportato il Catania nel calcio che conta.

Giuseppe Mirabella

 

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